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In to the wild e My Blueberry nights

un viaggio in cerca di se stessi“Sì, viaggiare”, cantava Battisti…e lo stesso mi sembra venga espresso in due pellicole recenti quali Into the wild e My blueberry nigths. Pur nella loro diversità, film drammatico il primo e commedia sentimentale il secondo, entrambi i film sembrano suggerire che l’intraprendere un viaggio sia l’unico mezzo per ritrovare se stessi.

Into the wild, opera prima di Sean Penn, ispirato dalla vera storia di Christopher McCandless, ne racconta il viaggio attraverso l’America, sino all’ultimo viaggio in autostop verso l’Alaska.

McCandless è in fuga da un ambiente nel quale egli è ben inserito, ma dal quale si sente oppresso: da un lato, l’università scelta quasi per assecondare la volontà dei genitori, più che la propria; dall’altro, la famiglia apparentemente serena e premurosa: molti agi, ma poco affetto; Christopher non si sente legato ai genitori, perennemente in lotta tra loro. È un ragazzo cresciuto troppo in fretta, che sente il bisogno di fare qualcosa per sé.

My blueberry nights, per la regia di Wong Kar Wai, è una commedia sentimentale, ha come protagonista Elizabeth, la quale, dopo una delusione sentimentale, decide di lasciare New York, senza una meta ben precisa per ritrovare un po’ di serenità.

Questo non è un viaggio consolatore, ovvero compiuto per dimenticare un amore finito, bensì una ricerca in profondità che ha come obiettivo quello di ritrovare un senso alla propria vita.

Christopher e Elizabeth sono due ragazzi, che resisi conto di quanto la loro vita sia insoddisfacente, non si chiudono in una stanza a commiserarsi, ma intraprendono fisicamente e ’spiritualmente’ un viaggio, verso ciò che la possa rendere migliore: la verità, ovvero il senso della propria esistenza e la stabilità emotiva.

Il viaggio è presentato come topos della ricerca di sé; non come semplice metafora della ricerca interiore, bensì come esperienza fondamentale senza la quale questa ricerca non può avere luogo.

Solo il continuo movimento, l’incontro con persone nuove, l’esperienza di situazioni diverse possono aiutarci a superare lo stallo emotivo in cui ci troviamo: ad un movimento fisico/spaziale, corrisponde un avanzamento personale.

Altro aspetto che questi due film sottolineano è che ciò che è rilevante non è tanto la meta, quanto piuttosto il mettersi in cammino. In entrambi i film la soluzione all’insoddisfazione può trovarsi al punto da cui ci si è allontanati; solo che non la si riusciva a vedere chiaramente.

È proprio grazie a questo mettersi in cammino che si acquisisce la capacità di riconoscerla. Christopher scopre i propri errori nel rapporto con i genitori, da cui era scappato, e l’importanza della famiglia e del rapporto con gli altri (in primis, la sorella), mentre Elizabeth trova l’amore in Jeremy, il barista/confidente conosciuto a New York, città dalla quale si era allontanata. In entrambi i casi, ci troviamo di fronte a due individui che intraprendono un viaggio lungo e rischioso invece che uno breve, ma solo così posso trovare le proprie risposte.

Ulteriore aspetto che accomuna le due pellicole è la scoperta da parte dei due protagonisti che questa loro ricerca non ha senso se la si condivide con qualcuno.

Christopher sceglie la strada del contatto primitivo/fisico con la Natura, sulle orme di Thoreau, per fuggire dalle relazioni umane, che lo opprimono e scopre che sono queste il vero senso della vita. “La felicità è reale solo se è condivisa”, scrive nel suo diario. Elizabeth, grazie all’incontro con alcuni avventori dei locali in cui lavora, capisce che il nascere di una relazione è un miracolo e perciò bisogna difenderla a tutti i costi, sprecando tutte le parole e le attenzioni possibili, ma mai il tempo per coltivarla.

Per concludere, credo che questi due film mettano in scena una verità umana fondamentale: non importa quanto ti renda felice e appagato un evento, un successo, una scoperta; se non c’è nessuno con cui condividerli, essi non hanno alcun valore.

Spesso però per arrivare a riconoscere questa verità è necessario un lungo cammino. L’importante è non fermarsi.

Federica Scalvini

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