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Film

Questo non è un paese per vecchi.

 

Bisognerebbe non farsi traviare dal titolo.

Questo ultimo lavoro dei fratelli Coen, premiato recentemente con il premio Oscar al miglior film e per la migliore regia non è la solita opera hollywoodiana ma rappresenta un netto taglio con buona parte dei film che la macchina di produzione americana ha da sempre prodotto e che ci ha sempre servito, seppur in diverse salse, romantica, avventurosa, noir, ecc.

Chi si aspetta il solito prodotto americano dove il protagonista è unicamente mosso da buoni principi e dove tutto sommato il buono, l’onesto alla fine comunque prevalgono e la spuntano sul destino avverso, chi si aspetta tutto questo non potrà restare che deluso, profondamente.

Tracce di questa “conversione” cinematografica erano da sempre presenti nel cinema americano, ma in film non hollywoodiani appunto, come lo sono i film diretti finora dai fratelli Coen.

Che questo modo di fare film rifletta indubbiamente una diversa presa di coscienza della società americana nei confronti di se stessa credo sia fuor di dubbio.

Già opere come Crash (vincitore anche lui di un premio Oscar) e in parte anche l’ultimo Spielberg presentavano già uno spaccato della società americana inedito, dove non ci sono buoni o cattivi ma dove ognuno si muove in una società che è in realtà un non luogo, dove singole personalità si incontrano e scontrano generando appunto scampoli di vita e di relazionalità.

Seguendo a mio avviso questa falsariga il film presenta la storia di un uomo qualunque che entra fortuitamente in possesso di una enorme quantità di soldi, denaro però appartenente alla mafia che assolda uno spietato killer pur di recuperarlo. A questo punto il film diventa quello che è stato definito anche come un poema del male.

Non c’è scampo per nessuno, non importa che tu sia nel giusto o nel torto, quando il tuo appuntamento col destino arriva non ci saranno cariche di cavalleria o le giubbe blu a salvarti, il momento è arrivato, comunque.

E in questa grande incertezza che diventa la società, una “società di estranei” che pur in contatto quasi non si conoscono o riconoscono (il protagonista e la moglie o la suocera) nessuno ha più dalla sua parte “il bene assoluto” nessuno agisce secondo tradizionali canoni morali (forse un implicito riferimento all’amministrazione di George W. Bush).

Un cambio netto rispetto agli stereotipi che il cinema americano ci aveva proposto e che aveva premiato nella notte degli Oscar. Come già accennato precedentemente qualche anno fa con il film Crash gli studios avevano cominciato a rivolgere la loro attenzione a film prodotti al di fuori dal circuito delle grandi casa cinematografiche.

Una presa di posizione importante che certifica quello che nella vita reale, nella società già si avverte da tempo e che la gente comune vive sulla propria pelle, ormai non solo nella vita frenetica delle grandi metropoli.

Un buon film per chi non ha bisogno di alcun lieto fine.

Marco L

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