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Let’s talk about sex - ALFRED KINSEY

Let’s talk about sex

Alfred C. Kinsey è stato una delle più importanti e controverse figure del XX secolo. Egli ha cambiato il modo di conversare e di pensare degli americani, spingendoli a parlare di un tema che costituiva un taboo sia pubblico che privato: il comportamento sessuale.

Gli Stati Uniti degli anni Trenta-Quaranta erano un mondo nel quale l’omosessualità e l’adulterio erano considerati dei crimini, la masturbazione causa di malattie mentali e il sesso prematrimoniale immorale. Kinsey, dal 1938 in poi, iniziò a raccogliere quelle che lui chiamava “storie sessuali”, determinato a fare luce sui reali comportamenti sessuali degli americani.

Le statistiche raccolte da Kinsey rivelavano una situazione molto diversa da quella dipinta dal proibizionismo religioso e sociologico americano: il 95% degli uomini intervistati aveva infatti dichiarato di masturbarsi. Successivamente i suoi studi si concretizzarono nei suoi due libri più innovativi: “Il comportamento sessuale dell’uomo” (1948) e “Il comportamento sessuale della donna” (1953).

Questi due elaborati sono stati a tal punto importanti da farci dire oggi che, quanto al sesso, siamo ciò che siamo grazie ad Alfred Kinsey.

Oltre alle importanti scoperte sociologiche e psicologiche in materia sessuale Kinsey ci ha lasciato un’enorme eredità umana: il concetto che le persone sono essere sessuali e che il mondo  non può essere diviso tra buoni e cattivi.

Per meglio spiegare questo messaggio mi è utile nominare un’altra rivoluzionaria idea del Dr. Kinsey; egli progettò una scala, composta dai valori da 0 a 6, nella quale lo 0 indicava una persona i cui comportamenti sessuali erano completamente eterosessuali, mentre il 6, viceversa, un individuo i cui comportamenti erano completamente omosessuali.

Con questa scala scoprì un ampio ventaglio di comportamenti sessuali aiutando la gente a capire che essi sono molto vari e sfaldando perciò l’idea radicata nella società che un individuo può essere o solo omosessuale o solo eterosessuale.

Kinsey fu il primo a proporre uno studio credibile della percezione comune dell’omosessualità; a suo avviso essa non era Continua..

Vogliamo anche le rose - Alina Marazzi

Vogliamo anche le rose - Alina Marazzi

Ancora una volta Alina Marazzi sceglie la strada del documentario, e ancora una volta, dopo Un’ora sola ti vorrei, lo fa usando immagini di repertorio, che, assemblate con intelligenza insolita, compongono un credibilissimo puzzle significante. E di nuovo è l’universo femminile a essere preso in esame (in Un’ora sola ti vorrei era sua madre la protagonista, mentre nel suo secondo documentario, Per sempre,indagava le motivazioni che spingono molte donne a farsi suore).

In questo splendido lavoro che ha aperto il Bergamo Film Meeting di quest’anno, invece, il tema dell’emancipazione della donna e delle rivolte femministe che hanno segnato in Italia gli anni ’60 e ’70 si allarga a comprendere l’intera società italiana, gettando uno sguardo a tratti inquietante di un paese che solo qualche decina di anni fa prevedeva nella sua costituzione la liceità del ‘delitto d’onore’, ovviamente solo se commesso dall’uomo (legge abolita soltanto nel 1980.)

Lo stesso titolo si riferisce ad uno slogan usato dalle femministe negli anni ’70, che a loro volta l’avevano ‘rubato’ alle operaie tessili del Massachusetts che nel 1912 scioperarono al grido: “Vogliamo il pane, ma anche le rose”, frase già usata da Ken Loach in Bred and Roses.

E il faticoso ed arduo percorso dell’emancipazione femminile in Italia è  raccontato attraverso i diari di tre donne, Anita, Teresa e Valentina (letti rispettivamente da Anita Caprioli, Teresa Saponangelo e Valentina Carnelutti), che in periodi e luoghi diversi vivono i problemi che furono delle donne di allora.

Anita, proveniente da una famiglia ultraborghese della Milano di fine anni ’60 si interroga sulla sua scarsa propensione all’altro Continua..

Persepolis: il Film - Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud

il Film - Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud

Sfuggito per fortuna all’omologazione e appiattimento a cui sarebbe andato incontro se fosse stato fagocitato dall’industria americana (si vocifera che i diritti del fumetto della Satrapi siano stati a lungo corteggiati dagli Studios, ansiosi di farne un colossal del genere Disney-Pixar), Persepolis, vincitore dell’ uncertain regard a Cannes 2007, e poi dell’Oscar come miglior film d’animazione, è uscito finalmente nelle sale italiane, portandovi tutta la sua carica mista di ironia e consapevolezza storica.

Tratto dalla graphic novel in  quattro volumi che Marjane Satrapi, illustratrice iraniana che vive e lavora a Parigi, ha pubblicato dal 2000 al 2003 (usciti in Italia editi da Lizard), il film è il risultato della ferrea volontà dell’autrice di costruirne una trasposizione in linea con il tratto e lo stile del fumetto. A rendere possibile l’operazione è stato l’incontro con Vincent Paronnaud, regista e fumettista d’oltralpe, che ha creduto nel lavoro realizzando, insieme all’autrice, una versione animata fedelissima al fumetto d’origine.

In un epoca di animazione 3D e di mirabolanti tecnologie che mirano a rendere l’animazione sempre più realistica e fluida, andando splendidamente controcorrente, la Satrapi e Paronnaud optano per l’animazione classica, che richiama i cartoon d’annata, semplice carta e inchiostro in 2D, riducendo la gamma infinita dei colori da laboratorio ad un castigatissimo bianco e nero, con pochissime sfumature sul grigio.

Marjane Satrapi ha confessato di subire da sempre la fascinazione del cinema espressionista tedesco, e le figure ritagliate sul nero, le sagome delle loro ombre che si stagliano sui muri candidi non possono che riportare alla mente i chiaroscuri di film come Il gabinetto del dottor Caligari e Metropolis. Memorabile in questo senso la scena in cui la nonna di Marjane, figura emblematica della sua coscienza perduta, diventa un’ombra che si allunga sui muri degli edifici viennesi, ricordando alla nipote qual’ è la strada giusta da seguire.

La storia tratta il racconto autobiografico dell’infanzia e adolescenza di Marjane, influenzata dagli avvenimenti storici del suo paese d’origine, l’Iran, che passa dal regno dello Shah di Persia al regime fondamentalista di Khomeini, non guadagnando assolutamente niente in termini di libertà personale e progressismo, e la guerra contro l’Iraq.

La famiglia di Marjane, da sempre liberale, decide di mandare la figlia, di appena 12 anni, a vivere e studiare in una scuola francese a Vienna: lo scopo è quello di sottrarla agli orrori della guerra e della dittatura.

Il film si divide così tra la descrizione di due tipi di esilio: quello in patria, di cui sono vittima i cittadini che si vedono Continua..

Il cacciatore di aquiloni: Il best seller dello scrittore afgano Khaled hosseini è ora un film.

Il best seller dello scrittore afgano Khaled hosseini è ora un film.

Storia toccante che difficilmente lascia indifferenti quella narrata dallo scrittore afgano Khaled Hosseini.

Lo scenario è un Afghanistan insolito: terra solare, armoniosa,  ricca di poesia, di quel fascino da mille e una notte e ben  lontana dall’immaginario collettivo che lo vede solo un luogo governato dall’aspra dittatura dei talebani dove morte e distruzione sono all’ordine del giorno.

I giovani protagonisti, Amir e Hassan, appartenenti ad etnie diverse, rispettivamente il primo ai pashtun e il secondo agli hazara, a dispetto della differenza di razza sono amici. Ma mentre Amir è a tratti titubante sul suo affetto nei confronti di Hassan quest’ultimo nutre un amore incontrastato per il suo amico – padrone  dimostrandolo fino al sacrificio della propria dignità.

Sarà proprio quella durissima e commovente prova a cui Hassan si sottopone con grande coraggio e forza d’animo a tormentare per gran parte della vita la coscienza di Amir che solo dopo molti anni riuscirà a placare affrontando con lo stesso coraggio del fedele amico Hassan i fantasmi del suo passato.

 “Il cacciatore di aquiloni” è un film degno del romanzo da cui è stato tratto. Dalla immensa potenza drammatica e profondamente lirico, è stato condannato dai censori del governo afgano che lo ha ritenuto causa di odio razziale vietandone la proiezione nel paese e mettendo persino a repentaglio la vita dei due giovani attori protagonisti costretti  ad abbandonare l’Afghanistan.

Diretto dal regista 38enne, svizzero d’origine ma americano d’adozione, Marc Forster (sua anche la regia della prossima avventura di James Bond, ndr) “Il Cacciatore di aquiloni” vuole essere il segnale di una nuova speranza per un paese che da Continua..

QUARTO COMANDAMENTO: “ONORA IL PADRE E LA MADRE”

“ONORA IL PADRE E LA MADRE”

Una famiglia in crisi: è questa la summa del noir contemporaneo “Onora il padre e la madre”. Stiamo parlando del thriller drammatico diretto da Sidney Lumet.

La trama si incentra intorno alla figura di Andy Hanson, le sue sicurezze di broker sembrano essere minate dalla droga e dalla crisi con la moglie.

Suo fratello Hank è indebitato fino al collo, ha un matrimonio alle spalle e frattanto se la gode con la sposa del tanto amato fratello maggiore.

Entrambi hanno disperatamente bisogno di denaro, molto denaro.

Per dare una svolta alla propria vita, Andy decide allora di organizzare una rapina fuori dal comune. La gioielleria dei genitori diviene l’obiettivo del folle piano. Anche Hank prende parte alla strana impresa, apparentemente semplice, ma dai risvolti più che drammatici.

Basta dire che il complice di Hank si trova in una situazione davvero paradossale: spara alla madre che a sua volta spara a lui.

I fratelli finiscono con l’odiarsi, moglie ed ex moglie li detestano; le incomprensioni e il tradimento sembrano tramutarsi nei più alti valori.

La pellicola, a tratti, sembra ricordare certi scatti di Tarantino e dei fratelli Cohen. Ma qui non c’è traccia di iperrealismo e di ironia. Lumet mostra la vicenda così com’è, nella sua triste crudezza. La storia potrebbe essere paragonata a una vera e propria tragedia greca, ma con l’assenza della catarsi.

Questo film mostra la violenza dei rapporti umani, la bestia che è nascosta in ognuno di noi, ma all’erta, pronta ad emergere in qualsivoglia momento.

Il rapporto fraterno è di amore-odio. Hank ama così tanto Andy che finirà con l’odiarlo. Si immischia nella sua vita privata, lo imita, e poi è come se volesse colpirlo. Hank prova una profonda invidia per il fratello, è geloso della sua vita, perfino del fatto che lui, con la sua mente perversa, sia riuscito a programmare un tale piano. E’ un personaggio particolare, immaturo e frustrato dai sensi di colpa.

Andy, invece, appare un personaggio intimidatorio, lascia prevalere il suo lato oscuro e la sua Continua..

Sex and the City - The Movie - Il Film

Sex and the city the movie

Nessuno avrebbe mai immaginato che da un telefilm nato secondo gli stessi crismi di tante altre serie e con protagoniste quattro donne newyorkesi (abitanti nel cuore di Manhattan, cultrici dei locali più “in” della grande mela e assetate di shopping) riscuotesse una eco internazionale solo dopo poche puntate trasmesse.

L’insolenza e la schiettezza mista a grande ironia con cui i personaggi trattano l’argomento sesso spogliato di qualsiasi tabù, oppure l’analisi cruda e sarcastica dell’universo maschile o, ancora, la visione delle protagoniste nei confronti delle relazioni amorose decisamente lontana dai canoni romantici e fragili tipici della donna e ben più simile a quella razionale e materiale dell’uomo hanno rappresentato il “La” per scatenare gli animi del gentil sesso.

Originale, esilarante e pungente rappresentazione di un’emancipazione femminile a tratti politically uncorrect, diventata “status symbol” e referente significativo per milioni di donne.

E’ questo il segreto dell’enorme successo di “Sex and the city” che è riuscito a rivoluzionare anche il normale iter di produzione cinematografica e televisiva invertendo il meccanismo secondo il quale da un film ne nasce, in seguito, una serie.

Con 7 Emmy Awards e 8 Golden Globe è risultato quasi inevitabile per i produttori non pensare di far nascere “dalle ceneri” di “Sex and the City” un film, che facesse da ciliegina sulla torta e ne dichiarasse ufficialmente la conclusione definitiva, spegnendo ogni vana speranza per una eventuale settima stagione.

Le milioni di fan (e non neghiamolo, siamo sicuri che ci sia anche una nicchia maschile) stanno aspettando con impazienza l’appuntamento nelle sale cinematografiche fissato per il prossimo 30 maggio e già sono con il fiato sospeso e bramose di sapere i prossimi risvolti delle vita di Carry, io narrante e scrittrice free lance per la nota rubrica “Sex and the city”, Miranda, avvocato di professione, Continua..

Questo non è un paese per vecchi.

 

Bisognerebbe non farsi traviare dal titolo.

Questo ultimo lavoro dei fratelli Coen, premiato recentemente con il premio Oscar al miglior film e per la migliore regia non è la solita opera hollywoodiana ma rappresenta un netto taglio con buona parte dei film che la macchina di produzione americana ha da sempre prodotto e che ci ha sempre servito, seppur in diverse salse, romantica, avventurosa, noir, ecc.

Chi si aspetta il solito prodotto americano dove il protagonista è unicamente mosso da buoni principi e dove tutto sommato il buono, l’onesto alla fine comunque prevalgono e la spuntano sul destino avverso, chi si aspetta tutto questo non potrà restare che deluso, profondamente.

Tracce di questa “conversione” cinematografica erano da sempre presenti nel cinema americano, ma in film non hollywoodiani appunto, come lo sono i film diretti finora dai fratelli Coen.

Che questo modo di fare film rifletta indubbiamente una diversa presa di coscienza della società americana nei confronti di se stessa credo sia fuor di dubbio.

Già opere come Crash (vincitore anche lui di un premio Oscar) e in parte anche l’ultimo Spielberg presentavano già uno spaccato della società americana inedito, dove non ci sono buoni o cattivi ma dove ognuno si muove in una società che è in realtà un non luogo, dove singole personalità si incontrano e scontrano generando appunto scampoli di vita e di relazionalità.

Seguendo a mio avviso questa falsariga il film presenta la storia di un uomo qualunque che entra fortuitamente in possesso di una enorme quantità di soldi, denaro però appartenente alla mafia che assolda uno spietato killer pur di recuperarlo. A questo punto il film diventa quello che è stato definito anche come un poema del male.

Non c’è scampo per nessuno, non importa che tu sia nel giusto o nel torto, quando il tuo appuntamento col destino arriva non ci saranno cariche di cavalleria o le giubbe blu a salvarti, il momento è arrivato, comunque.

E in questa grande incertezza che diventa la società, una “società di estranei” che pur in contatto quasi non si conoscono o riconoscono (il protagonista e la moglie o la suocera) nessuno ha più Continua..

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