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Una serie di omicidi ad Oxford

Una serie di omicidi ad Oxford

Dalla televisione con le inarrivabili serie americane CSI Las Vegas e Criminal Minds all’argentino Requiem, ai romanzi del calibro de Il codice Da Vinci, al cinema con i delitti perfetti, o quasi, alla stregua di Oxford Murders. Il film, tratto dal romanzo

La serie di Oxford del matematico spagnolo Guillermo Martinez, rende nel lungometraggio due degli elementi che stanno appassionando il grande pubblico: in primis, gli omicidi seriali investigati da squadre specializzate in psicologia criminale e, in secondo luogo, i numeri che divengono punto di disvelamento e di verità pura – ne è un chiaro esempio il successo riscosso dalla serie televisiva Numbers, prodotta dai ben noti fratelli Tony e Ridley Scott e dalla Paramount Television.

La regia è affidata allo spagnolo Alex De la Iglesia – sua anche la regia di discreti successi, quali La Comunidad, con la musa di Almodovar Carmen Maura, e Crimen Perfecto – che è stato paragonato alla rivelazione messicana Guillermo Del Toro. La storia si svolge nella Mecca del sapere anglosassone, l’Università di Oxford, dove arriva, dall’arida Arizona, il giovane studente Martin – interpretato da Eliijah Wood, ormai smessi i panni dell’hobbit Frodo Beggins – per concludere la propria tesi di laurea con il professor Arthur Seldom – l’inglesissimo John Hurt, più che apprezzato per le indimenticabili interpretazioni in Fuga di mezzanotte di Alan Parker del 1978 e The elephant man di David Lynch del 1980 – divenuto famoso, durante la seconda guerra mondiale, per aver applicato le sue conoscenze matematiche e logiche nel decifrare i codici di comunicazione dell’esercito tedesco.

L’incontro tra i due è segnato dalla scoperta del cadavere di un’anziana signora, legata al professore per aver collaborato ai suoi studi di decifrazione e a Martin per essere la sua affittacamere. Questo delitto è il primo di una serie – numerica? – reso ancora più misterioso, non solo dalla sua apparente inspiegabilità, quanto per essere stato “firmato” con un biglietto, lasciato sul luogo del delitto, su cui è disegnato un cerchio perfetto…

Il thriller è da sempre un genere che non può e non deve stancare, soprattutto se ben congegnato nei tempi e nei meccanismi a scatola della sceneggiatura, in cui, tuttavia, ci si può sempre imbattere nel rischio di ricalcare un terreno esplorato e riesplorato più e più volte: può quindi bastare la quasi novità della commistione della razionalità della serie numerica con la filosofia esistenzialista della vita umana?

In definitiva, viene adottato l’espediente degli omicidi seriali, ben supportato dalla presenza d’impatto sullo schermo di John Hurt e da un più che bravo ora e promettente per il futuro Eliijah Wood, per affrontare l’eterno dualismo tra la razionalità del susseguirsi degli eventi e la loro predeterminazione dettata da un destino implacabile, al di sopra di tutto e di tutti gli esseri umani.

Ma può bastare anche questa forte componente, rappresentata dalla presenza attoriale, per rigenerare un genere cinematografico a cui occorrerebbe, probabilmente, ben altro per venir fuori dal labirinto dell’omologazione e dalla completa assenza di escamotage?

Il pubblico, come sempre invitato ad oltrepassare il confine rappresentato dallo schermo cinematografico, entrando a far parte della storia di Oxford Murders, grazie all’abilità registica, è chiamato in causa per svelare l’assassino e non solo…

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