Vogliamo anche le rose - Alina Marazzi
Pubblicato da Destiny
Ancora una volta Alina Marazzi sceglie la strada del documentario, e ancora una volta, dopo Un’ora sola ti vorrei, lo fa usando immagini di repertorio, che, assemblate con intelligenza insolita, compongono un credibilissimo puzzle significante. E di nuovo è l’universo femminile a essere preso in esame (in Un’ora sola ti vorrei era sua madre la protagonista, mentre nel suo secondo documentario, Per sempre,indagava le motivazioni che spingono molte donne a farsi suore).
In questo splendido lavoro che ha aperto il Bergamo Film Meeting di quest’anno, invece, il tema dell’emancipazione della donna e delle rivolte femministe che hanno segnato in Italia gli anni ’60 e ’70 si allarga a comprendere l’intera società italiana, gettando uno sguardo a tratti inquietante di un paese che solo qualche decina di anni fa prevedeva nella sua costituzione la liceità del ‘delitto d’onore’, ovviamente solo se commesso dall’uomo (legge abolita soltanto nel 1980.)
Lo stesso titolo si riferisce ad uno slogan usato dalle femministe negli anni ’70, che a loro volta l’avevano ‘rubato’ alle operaie tessili del Massachusetts che nel 1912 scioperarono al grido: “Vogliamo il pane, ma anche le rose”, frase già usata da Ken Loach in Bred and Roses.
E il faticoso ed arduo percorso dell’emancipazione femminile in Italia è raccontato attraverso i diari di tre donne, Anita, Teresa e Valentina (letti rispettivamente da Anita Caprioli, Teresa Saponangelo e Valentina Carnelutti), che in periodi e luoghi diversi vivono i problemi che furono delle donne di allora.
Anita, proveniente da una famiglia ultraborghese della Milano di fine anni ’60 si interroga sulla sua scarsa propensione all’altro sesso, bollata frigidità, ma indotta dall’ignoranza e dai blocchi che i tabù e i retaggi culturali familiari provocano nella sua femminilità.
Teresa, invece, nella Bari del 1975 ci racconta l’esperienza traumatizzante dell’aborto clandestino, che trasforma quella che dovrebbe essere una libera scelta in obbligo atroce e indelebile.Valentina ci riferisce infine l’entusiasmo,i dubbi e le difficoltà di una femminista militante nel 1979 a Roma, sicuramente la storia più positiva delle tre, non senza complessità.
Anch’essa infatti vive con un certo disagio le sfaccettature della propria sessualità, come si evince dal suo sfogo,non privo di ironia: “Mi sento una clitoridea che non accetta il rapporto vaginale e mi vedo schiere di vaginali che danno all’uomo tutta la sicurezza possibile.”
L’uso della trattazione diaristica non è casuale, come afferma la regista stessa: “In effetti il fatto di mettere in relazione la sfera privata e il collettivo rappresenta in qualche modo quello che è stato il punto di forza del femminismo: attraverso il condiviso (rappresentato dai discorsi, dalle riunioni e dalle battaglie in piazza),infatti, le problematiche delle donne sono state riconosciute come quelle non di singole persone ma di una comunità intera.” (dall’intervista pubblicata su Film Tv anno 16 n. 10). Il personale è politico, si potrebbe aggiungere,come insegnava il caro vecchio Don Milani.
Le parole che descrivono queste tre diverse esperienze (i diari da cui sono riprese provengono dall’Archivio Nazionale Diaristico) accompagnano o si alternato alle immagini di varia origine che la Marazzi accosta e intreccia con sapienza e armonia: video amatoriali si accompagnano a spezzoni di programmi televisivi, pubblicità o film.
La Marazzi ha compiuto insieme ai suoi collaboratori un lavoro di ricerca e selezione accuratissimo su materiali provenienti per lo più dalle Teche Rai, l’archivio del Movimento Operaio e diverse Cineteche, in particolare quella di Bologna e del Friuli. Si riconoscono diversi stralci de Il festival del proletariato del Parco Lambro (la ragazza che balla nuda, quasi in estasi, durante la manifestazione videoregistrata da Grifi e dai ‘teppisti militanti’ è presa a prestito come simbolo dell’emanicipazione che fa inorridire la giovane ‘perbene’ nell’animazione falso-d’epoca all’inizio del film) e Anna di Alberto Grifi, frammenti di lavori di Lombardi e Lajolo, nonché l’inchiesta televisiva di Mario Comencini dal titolo Gli italiani e l’amore.
Sono utilizzate anche delle riprese del call center che Brunella Gasperini aveva realizzato negli anni settanta per Annabella, che univano i consulti psicologici alla lettura dei tarocchi, e il fotoromanzo-propaganda di Paola Pitagora che illustra i prodigi e le virtù della pillola anticoncezionale.
Lo scopo di questo lavoro di montaggio è quello di ricordarsi (o, per le giovani generazioni, scoprire) come eravamo e che fatica abbiamo fatto a cambiare, almeno in parte, le cose, ma, si deduce la volontà di sottolineare la necessità, proprio perché i passi in avanti ci sono costati così tanto, di resistere alla tendenza che vorrebbe riportarci indietro- il riferimento d’obbligo è la discussa abolizione della legge 194, ricordata nell’elenco delle conquiste che la donna ha realizzato dagli anni ’60 ad oggi che chiude il film.
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Vogliamo anche le rose - Alina Marazzi | Plim! Blog Aggregator dice:
Pubblicato il 27 03 2008 alle 5:16 pm
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